Sabato 21 marzo, all’auditorium della Cantina di Negrar, partner tecnico del Festival del Giornalismo di Verona, si è parlato di carcere senza scorciatoie narrative. Un incontro necessario, che ha messo al centro il peso dello stigma e la responsabilità di chi racconta.
Il punto di partenza è stato chiaro: l’articolo 27 della Costituzione non è una formula astratta, ma una bussola concreta anche per il lavoro dell’informazione. Raccontare il carcere significa scegliere le parole, evitare semplificazioni, restituire complessità.

A dimostrarlo anche esperienze come quelle raccontate da Federica Collato, co-fondatrice di Reverse, dove il lavoro di falegnameria all’interno della Casa Circondariale di Montorio si è trasformato in progettualità reale, fino agli arredi della stessa Cantina di Negrar che ha ospitato l’incontro. Un cortocircuito virtuoso tra dentro e fuori, tra pena e possibilità.
Nel dibattito sono emerse prospettive diverse ma convergenti. Roberto Bezzi – educatore nel carcere milanese di Bollate – ha parlato di “svantaggio di contesto”, ricordando come il carcere sia un luogo in cui si sta male e dove parlare di educazione rischia di diventare un ossimoro. Eppure proprio lì si gioca una sfida decisiva: costruire motivazione, senza infantilizzare, in un rapporto che deve diventare il più possibile paritario.
Sulla stessa linea l’idea che non si possa partire solo dalle difficoltà, ma dagli obiettivi, come nel caso dei progetti sviluppati con l’istituto alberghiero Berti di Verona, raccontato dalla direttrice della Casa Circondariale di Montorio Maria Grazia Bregoli. Perché il cambiamento non nasce dalla retorica della pena, ma dalla concretezza delle opportunità.
A chiudere, il tema della comunicazione. Secondo il giornalista Matteo Zilocchi, addetto stampa della casa circondariale di Bollate, il nodo è tutto qui: si possono costruire percorsi virtuosi, ma serve la volontà di ascoltare e raccontare. Senza questa, il carcere resta un luogo lontano, incomprensibile, facile da giudicare ma difficile da conoscere.
L’incontro ha lasciato una traccia precisa: il carcere non è un altrove. È parte della società. E la società, se vuole cambiare davvero, deve imparare a guardarlo negli occhi.
